sabato 20 marzo 2010

CAVA ABUSIVA AL MOREGALLO?


LETTERA DEL BLOGGER ALLE AUTORITA' COMPETENTI
Buon giorno,

Al Sig. Sindaco del Comune di Mandello del Lario
Al Sig. Assessore all'ambiente del Comune di Mandello del Lario
Al Sig. Presidente della Provincia di Lecco

pc: al Sig. Direttore del giornale "La Provincia di Lecco"

Gentilissimi,

torno a scriverVi, a distanza di più di un anno, riguardo alla cava situata presso la località Motel Nautilus, sulla strada provinciale Lecco-Bellagio.

Agli indizi di Dicembre del 2008 ebbi uno scambio di corrispondenza con l'assessore all'ambiente del Comune di Mandello, Luciano Fascendini, e l'allora assessore provinciale all'ambiente, Marco Molgora.

Avendo io chiesto delucidazioni circa le modalità di intervento e di creazione di questa "cava" e dei relativi gravissimi danno all'ambiente, mi fu risposto, dal Sig. Fascendini e dal Sig. Molgora, che non di cava trattarsi, bensì di un'opera di riqualificazione ambientale.

Di fronte alle mie perplessità, entrambi mi rassicurarono che l'opera sarebbe terminata con una riqualificazione totale ambientale e con il ripristino integrale, anzi migliore, dello stato precedente l'attuazione dell'opera stessa, e mi fu anche scritto, che la riqualificazione non avrebbe in nessun modo comportato l'apertura e lo svolgimento di nessuna attività estrattiva.

Orbene dopo tutte queste rassicurazioni, di cui conservo gelosamente copia, constato con amarezza che:

A) Nessuna opera di riqualificazione è stata messa in atto a distanza di ben 15 mesi.

B) L'attività estrattiva e di distruzione dell'ambiente montano continua imperterrita

C) La zona assume di giorno in giorno sempre più l'aspetto definitivo di una cava

D) Persone degnissime di fiducia mi hanno confermato il via vai di camion atti al traporto di materiale estratto dalla cava stessa.

Per rendermi personalmente conto, questa mattina, Sabato 20 Marzo 2009, mi sono recato presso la cava è ho dovuto constatare che:

A) La cava è in piena attività, sebbene chiusa al momento della mia visita.

B) Nessun cartello esplicativo mostrava quale attività si svolga nella zona

C) Nessun avviso, nè del Comune di Mandello del Lario nè della Provincia di Lecco informava di qualsivoglia opera di riqualificazione ambientale

D) L'opera di selvaggia distruzione dell'ambiente montano ha raggiunto oramai termini intollerabili.

Vista la situazione mi sono introdotto, abusivamente (ebbene si, confesso il mio orrendo crimine), nella cava è ho constato che:

A) Proprio di cava estrattiva trattasi, sebbene non ci sia lo straccio di un cartello che lo indichi.

B) Nessuna indicazione circa chi siano i proprietari della, oramai possiamo chiamarla così, cava e nessun recapito telefonico a cui, eventualmente, rivolgersi.

C) Nella cava ho riscontrato effettivamente mezzi atti allo scavo, ma nessuna attività che mostri qualsiasi intenzione di riqualificazione.

Detto ciò sono gentilmente a chiedervi:

Se le rassicurazioni fattemi 15 mesi fa dagli organi istituzionali competenti, Comune e Provincia, sono da ritenere ancora valide, oppure superate dagli eventi. In quest'ultimo caso,chiedo massima trasparenza e spiegazioni complete circa la necessità di avere dato il permesso, spero non trattarsi di cava *abusiva* come tutto fa ritenere, ad un opera che grida vendetta al cielo. A tal proposito Vi invito a guardare lo scempio che avete autorizzato, salvo vostra smentita, che potrete benissimo ammirare dalla sponda opposta del Lago.
Attiro inoltre la Vostra attenzione sul fatto che la provinciale lariana è tristemente nota per frane e smottamenti, per cui non si capisce la necessità di ulteriori scempi ambientali, se di questo trattasi.

Capisco che, come politici siate impegnati nelle imminenti elezioni, pur tuttavia devo informarvi che, in mancanza di Vostre chiare spiegazioni, mi troverò costretto ad agire presso altre sedi, in barba a qualsiasi "par condicio" e a qualsiasi "tregua" elettorale.

Certo che questo non sarà necessario e certo di Vostre urgenti informazioni esplicative in tal senso, approfitto dell'occasione per rivolgerVi i miei più cordiali saluti.

Giancarlo Villa/Valmadrera - Tel: 339-2972464
Movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino/Lecco
blog: agenderosselecco.blogspot.com

martedì 16 marzo 2010

N'DRANGHETA A LECCO?


Dal sito www.quileccolibera.net

Tutte le persone coinvolte e/o citate a vario titolo, anche se condannate nei primi gradi di giudizio, sono da ritenere innocenti fino a sentenza definitiva.

Danny Esposito è il collaboratore di giustizia chiave dell’inchiesta Oversize. Tra i molteplici episodi che racconta ai magistrati, si sofferma a descrivere, con “precisione e piena attendibilità”, un fatto specifico: cioè quando i cugini Trovato, Giacomo ed Emiliano (figlio del boss Franco), concludono un rifornimento di cocaina nell’estate del 2003. Il fornitore si chiama Paolo Schillaci, detto “Paolo il siciliano” per le sue origini agrigentine, alleato con un latitante sudamericano amico di Franco Trovato. La procedura standard è questa: Schillaci procaccia il carico e lo porta agli acquirenti lecchesi, Giacomo si occupa del lavoro materiale mentre Emiliano conta il denaro e “sovrintende”.

Come detto, siamo nell’estate del 2003, Paolo Schillaci ha appena fornito ai due Trovato ben cinque chili di partita di cocaina, quantità ridotta a causa di un arresto imprevisto al confine spagnolo. Il collaboratore Esposito racconta d’aver comunque partecipato ad intense trattative per la successiva fornitura: si stima gravitasse intorno ai 25/50 chili.

Esposito, che parla di Giacomo Trovato come del “fratello che non ho mai avuto”, in occasione dell’affare dei cinque chili, incontra Schillaci tre volte. La prima è sul Lungolago di Lecco per il pagamento della partita. La seconda, e qui comincia a farsi interessante, è – parole testuali della sentenza Oversize – “in occasione del ritiro da parte dello stesso fornitore della Mercedes C SportCoupè a saldo di un chilo di cocaina, autovettura messa a disposizione da Paolo Scola (che aveva degli accordi di cogestione con Giacomo [Trovato, nda], nell’ambito della sua attività di vendita di autovetture)”. Il ritiro sarebbe avvenuto “presso i magazzini di Scola”, a Pescarenico. Al primo incontro, in occasione del quale Esposito sostiene d’aver visto il contatto agrigentino della cosca, Paolo Schillaci viene pagato da Giacomo Trovato. Dove? Presso il Bar Smile di via Torri Tarelli a Lecco. Attenzione però: “si trattava del saldo relativo ai residui quattro chili. Il primo chilo era stato infatti pagato con la macchina”. Quella stessa macchina “messa a disposizione” da Paolo Scola. Ricapitolando: il mafioso siciliano porta con sé cinque chili di cocaina da vendere a sua volta ai cugini Giacomo ed Emiliano Trovato; questi però pagano in contanti soltanto quattro dei cinque chili componenti il carico. E l’ultimo chilo come l’hanno pagato? Stando alla sentenza di primo grado Oversize, attraverso l’auto “messa a disposizione da Paolo Scola”.

La sentenza Oversize riporta ancora passaggi determinanti: “durante il controesame della difesa, Schillaci ha precisato come la consegna dell’autovettura al detto imputato fosse avvenuta in Pescarenico, ove per l’appunto si trovava il capannone nel quale la concessionaria Scola teneva in deposito le auto”. Paolo Schillaci si fa accompagnare a ritirare l’auto sportiva da un uomo, un calabrese, a cui fa intestare il veicolo della casa tedesca. Un certo Fiumanò, secondo i giudici ancora latitante, che nel luglio 2003 diventa quindi proprietario della Mercedes. Faccenda curiosa: a metà del 2002, Paolo Scola – tramite la sua “Scola Paolo Srl”, ora formalmente cancellata, con “ufficio e deposito” proprio in via Plava a Lecco – acquista l’auto tedesca, nuova, di colore blu al prezzo di 29.600€ dalla concessionaria di Borgo D’Ale che a sua volta l’aveva importata dalla Germania. Nel luglio 2003 ecco il passaggio a Fiumanò per il prezzo di 25.000€ (la sentenza non ha dubbi: “valore compatibile con quello di un chilo di cocaina”). Pagamento, quello di Fiumanò a Paolo Scola, che però “non risulta tuttavia in alcun modo documentato [...] nemmeno, sempre stando a quanto riferito dal detto testimone (Vincenzo Pasquale, nda) con un’annotazione stampigliata sulla fattura di vendita, come di regola accade nella prassi commerciale”. Quindi l’auto passa al guardaspalle di Schillaci (Fiumanò) senza che vi sia alcuna traccia dell’operazione. Nemmeno un’annotazione da parte del venditore (Paolo Scola).

Un regalo oneroso? Un gesto brillante? Secondo la sentenza no: sarebbe stata una contropartita. Il Tribunale ha interpellato nel febbraio ‘09 proprio Paolo Scola. Casualità ha voluto che si sia avvalso della facoltà di non rispondere. Esistono però “rapporti stretti” tra Paolo Scola e Giacomo Trovato (definito “socio di fatto” in certi affari di Scola). Rapporti documentati da “risultati delle intercettazioni telefoniche su un’utenza in suo al medesimo imputato (Giacomo Trovato, nda)”, spiega la sentenza. Il 30 ottobre del 2004 è “papà Mario” (Mario Trovato, fratello del boss Franco Trovato) ad informarsi con il figlio Giacomo dello stesso Paolo Scola. Poi ancora il 12 novembre ‘04: (indicati con “M” Mario Trovato e con “G” Giacomo Trovato): M: “A Paolo non l’hai visto a Paolo?”, G: “…è pieno”, M: “Di macchine? Sempre di importazione?”, G: “Sì, Mò che si prende…”, M: “Non le puoi targare per che cosa?”, G: “E non le puoi targare… macchina…”, M: “E perché non la puoi targare?”, G: “Eh, perché… è un casino con queste macchine…”. I giudici non hanno dubbi: quel “Paolo” è certamente Paolo Scola. E poi ancora il 7 e il 28 febbraio 2005, quando Mario Trovato e Paolo Scola parlano direttamente al telefono. Mario Trovato è in carcere, Paolo Scola è gradito ospite a casa del figlio.

Chi è Paolo Scola? Paolo Giovanni Scola, stando a recenti visure camerali, è nato nel maggio 1968 a Lecco. La sua “Scola Paolo Srl”, quella di cui parla la sentenza Oversize, si trovava effettivamente a Pescarenico, esattamente in via Plava 5. Non era l’unico socio: vi faceva parte anche la signora Elena Rota, coetanea di Scola, seppur con una quota inferiore. Il caso vuole che entrambi, Scola e Rota, abitino ad Abbadia, tutti e due in via Nazionale e tutti e due allo stesso civico. E’ bene ricordare che Elena Rota e Paolo Scola non sono mai stati indagati, imputati o condannati all’interno del processo di mafia Oversize. Il secondo risulta “soltanto” nominato, qualche volta anche severamente. Ora, secondo le più recenti visure camerali, la “Scola Paolo Srl” – nata nel 2002 – risulta “cancellata” (nell’aprile del ‘08). Al suo posto, inteso in via Plava, s’è insediata la “Elite Car Srl”, riservata ad una clientela di un certo calibro come lo stesso nome sottolinea; tra i soci e/o titolari di quote Paolo Scola non compare più, è rimasta soltanto Elena Rota. Quest’ultima, in passato, già socia della “Tellina Srl” (costruzione, ristrutturazione, gestione e locazione di beni immobili, nonché costruzione di strade e opere edilizie in genere) di via Filzi a Lecco, proprietaria – con lo stesso Paolo Scola – della “Belsal Srl” (commercio all’ingrosso ed import-export di autoveicoli) poi ceduta nell’aprile del 2008 a Salvatore Bellarosa e quindi trasferita a Milano, proprietaria – sempre con Paolo Scola – e poi amministratore unico della “Immobiliare Claudia Srl” – formalmente “cancellata” perché trasferita a Milano – con sede legale, fino al novembre del ‘08, indovinate un po’, in via Plava a Pescarenico.

Duccio Facchini

MATTEO MESSINA DENARO



di Rino Giacalone - 15 marzo 2010
Qual’è il volto della mafia trapanese? È il viso di imprenditori, professionisti, di insospettabili commercianti, uomini che hanno scelto di servire il capo mafia latitante Matteo Messina Denaro non nascondendo la devozione riservata nei suoi riguardi, «è il capo di tutto» lo appellano.



C’è affianco a questi volti quelli della vecchia mafia che non abbandona mai il campo, come quella di «don» Nino Marotta, classe 1927, castelvetranese: fu «consigliori» del patriarca della mafia belicina, «don» Ciccio Messina Denaro, adesso lo è del figlio, Matteo, 48 anni il prossimo aprile, latitante dal 1993. Marotta era tra quelli che convocava i «summit» quando c’era qualcosa da decidere, dentro una officina di Castelvetrano, il segnale erano le sue parole che annunciavano a chi doveva esserci «che il pezzo di ricambio era arrivato». Una cerchia di 18 persone finita in manette stanotte a Trapani nell’operazione “Golem II”, 18 persone fermate per ordine della Procura antimafia di Palermo, provvedimento eseguito dai Poliziotti delle Mobili di Trapani, Palermo e dello Sco. Una mafia tutt’altro che remissiva, in ritirata, pronta a compiere balzi in avanti e per questo la Dda di Palermo (procuratore aggiunto Teresa Principato, pm Paolo Guido e Marzia Sabella) non ha voluto attendere i tempi per la emissione da parte del gip di una ordinanza di custodia cautelare ed ha deciso di agire con i fermi. Ad agire la scorsa notte il «pool» che ha condotto le indagini, gli agenti delle squadre mobili di Trapani e Palermo e dello Sco (servizio centrale operativo di Roma). La notte scorsa sono andati a bussare alle porte di personaggi insospettabili, alle abitazioni dei familiari del latitante, nella casa della madre Lorenza dove vive anche la compagna del boss, Francesca Alagna, che a Matteo ha dato una figlia oggi quindicenne e che porta lo stesso nome della nonna. Una casa dove in ogni stanza ci sono due foto poste sui mobili, quella di Francesco, morto in latitanza nel 1998, di crepacuore per l’arresto del figlio Salvatore, oggi tornato in manette, e quella di Matteo, il segno preciso è dire che «loro ci sono». Caparbietà trasferita anche all’esterno come testimoniano le intercettazioni che hanno permesso di ascoltare i complici di Matteo Messina Denaro discutere di tante cose.

Il vertice. La mafia trapanese è nelle mani dei più stretti parenti del super boss, il fratello Salvatore Messina Denaro, il cognato Vincenzo Panicola, Giovanni e Matteo Filardo, suoi cugini. Loro guidavano il «cerchio» di persone più vicine al latitante, Salvatore Messina Denaro era indicato da tutti come «la testa dell’acqua», arrestato l’altro suo cognato, il bagherese Filippo Guattadauro, toccò a Salvatore diventare il referente per i contatti da e per il fratello latitante. Quella della scorsa notte è l’operazione che è il seguito di quella dell’estate scorsa, «Golem» quando furono arrestati i «pizzinari» che gestivano il circuito esterno, quelli di ora sono soggetti vicinissimi al latitante, che hanno avuto (lo tradiscono nelle loro discussioni finite intercettate) occasione di incontrarlo, come racconta di avere fatto l’imprenditore di Castelvetrano Giovanni Risalvato, lo stesso che è pronto a mettersi a disposizione per fare da manovale, andare a bruciare la casa per esempio del consigliere comunale del Pd di Castelvetrano Pasquale Calamia, «punito» in questa maniera per avere auspicato durante una seduta consiliare (presente il prefetto Trotta) l’arresto del latitante così da cancellare la nomea di Castelvetrano città di Messina Denaro.

Gli arrestati. A finire in manette sono stati: Salvatore Messina Denaro, 57 anni, Maurizio e Raffaele Arimondi, 44 e 50 anni, Calogero Cangemi, 61 anni, Tonino Catania, 43, Lorenzo Catalanotto, 30 anni, Andrea Craparotta (detto Giovanni), 46, Giovanni e Matteo Filardo, 47 e 42 anni, Leonardo Ippolito, 55, Marco Manzo, 45, Antonino Marotta, 83, Nicolò Nicolosi, 39, Vincenzo Panicola, 40, Giovanni Risalvato, 56, Filippo Sammartano, 52, Salvatore Sciacca, 30, Giovanni Stallone, 52. Tra i 18, sei sono imprenditori, Raffaele Arimondi, Calogero Cangemi, Giovanni e Matteo Filardo, Nicolò Nicolosi, Vincenzo Panicola; due commercianti Maurizio Arimondi e Giovanni Stallone. Nel corso dell'operazione, sono state eseguite oltre 40 perquisizioni, nelle province di Trapani, Palermo, Torino, Como, Milano, Imperia, Lucca, Siena e Caltanissetta, nei confronti di altrettanti soggetti, ed è stato eseguito il sequestro preventivo penale di un'impresa commerciale per la distribuzione all'ingrosso di caffè e prodotti dolciari (la società Ari gestita da Salvatore Messina Denaro), di un centro revisioni e officina autorizzata Alfa Romeo e di un esercizio pubblico.

Il reticolo che custodisce il capo mafia latitante poco alla volta sta venendo alla luce, si scoprono i capi saldi, i punti di riferimento, i complici, vicini e lontani, gli arresti di oggi sono il prosieguo dell ’indagine «Golem» del giugno scorso quando gli arrestati furono 13, la «prima filiera esterna« di sostegno a Matteo Messina Denaro, con alcuni, come Francesco Luppino e Natale Bonafede, che garantivano i contatti con gli allora vertici regionali di «Cosa Nostra», tra cui, Salvatore Lo Piccolo. Gli arresti costituiscono un nuovo step tattico nella strategia investigativa volta alla individuazione progressiva dei successivi livelli gerarchici di responsabilità che costituiscono la filiera funzionale dei sostenitori del latitante castelvetranese». Una cerchi di sodali che si occupavano di estorsioni, danneggiamenti, di trovare un rifugio al latitante, della occulta gestione delle «casseforti» del boss. Punti di riferimento Salvatore Messina Denaro e Vincenzo Panicola, ma anche soggetti come Giovanni Risalvato e Leonardo Ippolito, veri e propri trait-d'union tra le due fasi gestionali della compagine mafiosa. L’officina Alfa Romeo di Ippolito era adibita a luogo sicuro dove di norma avvenivano gli incontri, sempre presenti Filippo Guttadauro, fino al suo arresto, Nino Marotta, Giovanni Risalvato, Giovanni Filardo, Lorenzo Catalanotto, Girolamo Casciotta, ora deceduto, e Tonino Catania, quest’ultimo specialista negli incendi.

L’attività mafiosa. La spartizione di lavori tra imprenditori organici o contigui a «Cosa Nostra» castelvetranese, regolamentarne o incentivarne le attività lavorative quali l'affidamento di lavori in sub appalto, condizionare nell’area di Castelvetrano il sistema produttivo del conglomerato cementizio, del movimento terra e di altri settori produttivi connessi, per la fornitura del calcestruzzo alle imprese che operavano nella zona di Castelvetrano. Oppure occuparsi direttamente dei nascondigli del latitante, un passaggio finito intercettato quando ad occuparsene su incarico di Filippo Guttadauro dovevano essere proprio Tonino Catania, Giovanni Risalvato e l’imprenditore caseario di Partanna Calogero Cangemi, che aveva frequentazioni importanti anche con mafiosi agrigentini, come Gino Guzzo, arrestato di recente. Doveva essere una casa con grandi comodità per ospitare Messina Denaro. L’officina di Ippolito non era l’unico luogo degli incontri. Salvatore Messina Denaro spesso preferiva parlare con i suoi «amici» all’esterno, in piazza, in riva al mare, a Tre Fontane, in un appezzamento di terreno nei pressi di una folta vegetazione di alberi di ulivi, oppure a Campobello nei pressi di una statua votiva di San Padre Pio. Il gruppo finito in manette la notte scorsa nell’operazione «Golem seconda fase» è quello che si occupava della trasmissione della corrispondenza da e per il soggetto latitante, nonché del reperimento periodico di somme di denaro per il suo sostegno logistico. Le intercettazioni hanno consentito di accertare il confezionamento di involucri di piccolissime dimensioni, arrotolate accuratamente nel nastro adesivo, in cui venivano racchiuse banconote da 500 euro da inviate a Matteo Messina Denaro, ancora appellato, come avveniva 12 anni addietro, quando l’operazione «Progetto Belice» tradiva che Matteo era appellato come «u siccu». Oggi Matteo è anche indicato come «il primo assoluto», proprio per segnare il suo comando incontrastato della mafia in Sicilia Occidentale. In una intercettazione ambientale del 15 novembre 2008, fatta a Palermo, Giuseppe Scaduto, relazionando i suoi interlocutori sull'incontro avvenuto il giorno prima con il gruppo dei dissidenti (a cui pure aveva partecipato l'allora latitante Giovanni Nicchi), riferiva che la fazione legata a Gaetano Lo Presti aveva tirato fuori un pizzino di Matteo Messina Denaro, che pur dichiarandosi a disposizione di tutti, non era intenzionato a «riconoscere» nessuno come nuovo capo della commissione provinciale.
Matteo Messina Denaro, dunque, pur non potendo formalmente rivestire cariche verticistiche nella consorteria palermitana a lui estranea, si poneva e si pone come l'unica figura carismatica a tutt'oggi capace di imprimere le linee strategiche dell'intera Cosa nostra e il cui orientamento finisce per assumere carattere imperativo.

I pizzini, istruzioni per l’uso. È stato possibile ricostruire la tempistica della corrispondenza inviata dal latitante e delineare anche il ruolo dei soggetti coinvolti e arrestati. L'apparato delle comunicazioni è strutturato, a differenza di quanto accadeva nella catena epistolare del boss corleonese Provenzano, nell'osservanza di due ferree regole, divieto di lasciare traccia materiale sia dei biglietti che dei movimenti posti in essere per la consegna/prelievo degli stessi , nonché ridurre al minimo il numero dei tramiti e le occasioni in cui la posta viene veicolata. E spunta ancora il Sisde di Mori. Parte dell’indagine è anche dedicata ai contatti – ancora pizzini - tra Messina Denaro e l’ex sindaco di Castelvetrano Tonino Vaccarino che tra il 2003 ed il 2006 su incarido di alti funzionari dell'ex «SISDE» teneva contatti con il boss. Una parte dell’indagine scottante, per la quale la Procura ha scritto alla presidenza del Consiglio a proposito di alcune intercettazioni che hanno riguardato uomini dell’allora capo del Sisde prefetto Mori, l’intervento dei servizi segreti è stato tenuto anche all’oscuro della Procura antimafia di Palermo, e questo fino al 2006 quando i pizzini trovati nel covo di Provenzano tradivano contatti che Matteo Messina Denaro aveva con un certo “Vac”, lo indicava al boss di Corleone come un suo paesano, che sarebbe dovuto intervenire su alcuni appalti, come la costruzione di un’area di servizio sull’autostrada dalle parti di Alcamo. Solo in quel momento il Sisde avrebbe deciso di rilevare che Vac, cioè Vaccarino, era un loro informatore. L’analisi degli specialisti della Polizia ha permesso di scoprire che il latitante Matteo Messina Denaro è solito mandare i suoi pizzini in tre precisi momenti dell’anno, tra gennaio e febbraio, tra maggio e giugno e tra settembre ed ottobre. Il “viaggio” di questi pizzini non è di breve durate, di solito occorrono almeno tra le due e le quattro settimane.

Contatti dal carcere. Ma c’è di più, emerge ancora il ruolo di un altro potente uomo del Belice, l’imprenditore Giuseppe Grigoli, il «re» dei centri commerciali Despar, arrestato due anni addietro e oggi sotto processo a Marsala, coimputato con Messina Denaro: sia prima che dopo il suo arresto, e quindi, nonostante la detenzione, è riuscito a mantenere contatti attraverso i familiari con la consorteria mafiosa, in particolare con Salvatore Messina Denaro, lui che davanti ai giudici aveva detto che «mai aveva avuto contatti con i boss». Familiari di Grigoli, come la moglie, Maria Fasulo, sono tra i destinatari dei 40 avvisi di garanzia emessi dalla Procura antimafia di Palermo, indagati per favoreggiamento.

Panettoni e colombe pasquali per le estorsioni. Nell’indagine c’è poi il capitolo sui attentati, incendi, danneggiamenti, nei confronti di commercianti, imprenditori, soggetti politici, nonché alle gestione occulta di imprese, società e beni, attraverso specifici casi di trasferimento fraudolento di valori, intestazioni fittizie a fidati prestanome. Una delle aziende è la «Ari Group srl», società per l'importazione, l'esportazione ed il commercio all'ingrosso ed al dettaglio di caffè, interamente intestate a Maurizio Arimondi e al figlio Antonino,ma nella mani di Salvatore Messina Denaro. Filippo Sammartano di Campobello di Mazara gestiva la «Mac. One» col cognato Giovanni Stallone. Sembra che l’azienda veniva usata per estorcere denaro ad imprenditori, costretti a comprare sostanziose forniture di panettoni e colombe pasquali a secondo dei periodi dell’anno.

Il fuoco per le intimidazioni. A proposito di attentati incendiari a scopo intimidatorio o estorsivi, emergono i seguenti: l'attentato incendiario a scopo intimidatorio perpetrato, nei confronti dell'imprenditore Francesco Perrone, amministratore dell'impresa «Perrone Costruzioni srl», commissionato da Leonardo Ippolito a Tonino Catania e Girolamo Casciotta, che a loro volta coinvolgevano anche Salvatore Lombardo, ucciso nel maggio dell’anno scorso a Partanna; il tentativo di incendio, a scopo estorsivo, nei confronti dei proprietari del bar denominato «Caffè Roma» di Castelvetrano, per indurre i titolari nel recedere dall'acquisto dell'immobile, dove aveva sede l’esercizio commerciale; l’'attentato incendiario a scopo intimidatorio delle strutture di proprietà dell'impresa impegnata nella realizzazione di un serbatoio da 3.600 mq e delle condotte di alimentazione dal punto di presa Acquedotto Bresciana, lavori appaltati dal comune di Castelvetrano.
All’opera sono stati visti grazie alle intercettazioni video, Giovanni Risalvato, Lorenzo Catalanotto, Tonino Catania, il pregiudicato mafioso campobellese Marco Manzo, oltre che di Nicolò Nicolosi negli incendi tra l' ottobre 2008 ed il marzo 2009, l’incendio in diversi momenti delle tre auto intestate al pregiudicato Severino Lazzara, dell’auto di Nicola Clemenza, presidente del consorzio per la tutela e la valorizzazione dei prodotti agricoli del territorio della valle del Belice, il quale aveva rivendicato i diritti degli agricoltori oleari costretti dal mercato a vendere il prodotto a prezzi stracciati; l'incendio nel novembre 2008 della villetta sita in Castelvetrano, località Triscina, in uso a Pasquale Calamia, consigliere comunale di Castelvetrano del Pd, il quale nel corso di un consiglio comunale, nel mese di giugno del 2008, aveva formulato pubblicamente al Prefetto di Trapani l'auspicio che la latitanza del Matteo Messina Denaro, che era una offesa per la città di Castelvetrano, potesse terminare in tempi brevi. Agli atti di indagine c’è l’estorsione all’imprenditore di Ganci Luigi Spallina ordinata da Salvatore Messina Denaro. Spallnina era aggiudicatario dell'appalto per il polo tecnologico integrato in contrada Airone di Castelvetrano, appalto di Belice Ambiente Ato Trapani 2, per un importo di euro 2.936.597. Messina Denaro chiese il 3 per cento, 100 mila euro.

Le regole. La regola che funzionava era quella che a pagare il pizzo dovevano essere le imprese non del territorio, gli «stranieri», per le imprese locali valeva un’altra regola quella di acquisire le commesse, cemento, ferro, inerti, sub appalti, presso le società della mafia, ma per ottenere ciò i boss non dovevano faticare per favorire le società loro vicine o da loro stesse controllate, le commesse arrivavano in modo automatico, in virtù di quel sistema che ha permesso alla mafia di diventare impresa. E al solito non c’è imprenditore che si lamenta. Anzi è pronto a diventare uomo nelle mani del boss pronto a imparare a memoria la ortodossia mafiosa, quella che Messina Denaro aveva spiegato nei pizzini inviati a Vaccarino dove palava di persecuzione giudiziaria e di una guerra che deve ancora continuare. Intanto oggi a perdere è stato lui, non ha più a disposizione i complici più fidati.

lunedì 15 marzo 2010

FILTRI ANTIPARTICOLATO


Un articolo del Prof. Stefano Montanari.

Sembra impossibile a chi abbia qualche nozione scientifica, ma i filtri antiparticolato sono diventati obbligatori. Questo, per ora, limitatamente alla Lombardia, ma quando un’infezione si manifesta e niente, nemmeno l’omeostasi, cioè la capacità naturale dell’organismo di riportarsi in stato di salute, la combatte, è inevitabile arrivare ad una setticemia che, vista la mancanza di reazione, si rivelerà mortale.

Detto così, sembrerebbe una battuta adattata da un medico del teatro di Molière, e invece è una delle troppe poco allegre verità del 2010.

Una volta per tutte, vorrei chiarire finalmente la questione, visto che continuo a ricevere sollecitazioni.

Come ho scritto ormai fino allo sfinimento e come ho spiegato nei particolari nel mio libro Il Girone delle Polveri Sottili, l’inquinamento da

polveri viene valutato legalmente, seppure senza basi scientifiche, per via gravimetrica, vale a dire, semplificando un po’, pesando quanta polvere di diametro uguale o inferiore a 10 micron (per le PM10) oppure uguale o inferiore a due micron e mezzo (per le PM2,5) sta in un metro cubo d’aria. Esistono valori stabiliti per legge che non devono essere superati, valori che, peraltro, ancora una volta non hanno significato dal punto di vista scientifico, ma un numero bisognava pur darlo ai magistrati.

E se li si superano? Beh, in pratica non succede niente, perché la cosa è talmente diffusa da ricadere nel mal comune mezzo gaudio. Però, se mai diventassimo un paese serio, potrebbero esserci sanzioni per i comuni nel caso in cui lo sforamento dovesse avvenire.

E, allora, che si fa? Invece di combattere l’inquinamento s’imbrogliano le macchinette che quell’inquinamento dovrebbero rilevare, e vissero (?) tutti felici e contenti.

Nei fatti, dalla camera di scoppio dei motori Diesel escono polveri carboniose relativamente grossolane. Queste vengono catturate dai filtri antiparticolato sistemati lungo il tubo di scarico e la cosa va avanti fino a che il filtro non è intasato, cosa che accade ogni poche centinaia di chilometri.

A questo punto, o si toglie quella roba o la macchina si ferma e non riparte.

L’ideatore del sistema - e dopo l’invenzione originale di oltre 10 anni fa d’ideatori ce n’è stato più d’uno – ha previsto che, quando l’automobile non circola in città, avvenga una combustione dei residui carboniosi contenuti nel filtro e quella roba finisca in atmosfera ossidata in CO2 .

Tutto bello? Mica tanto.

Per prima cosa è inevitabile osservare come avere un filtro che oppone una contropressione ai gas di scarico - contropressione che aumenta via via che il dispositivo si riempie - non possa che incidere sui consumi di carburante aumentandoli perché aumenta il lavoro compiuto dal propulsore. E, fingendo che la spesa maggiore non sia un problema, resta il fatto che più si consuma, più s’inquina.

Poi occorre sapere che nei residui carboniosi sono contenute micro- e nanoparticelle inorganiche. Senza filtro, queste resterebbero inglobate nel carbone, ma, con il filtro che brucia il carbone, quelle particelle finiranno inevitabilmente in atmosfera. E chi non conosce l’effetto delle micro- e nanopolveri sulla salute, e in particolare quella dei bambini, può informarsi leggendo i miei libri.

Qual è il trucco per aggirare le centraline di rilevamento delle polveri? Semplice: le macchinette pesano i materiali solidi e basta. Dunque, se io trasformo il carbone (solido) in anidride carbonica (gas), non peserò più niente e il gioco è fatto. Il problema è che la quantità d’inquinanti effettivamente immessa in atmosfera aumenta significativamente perché il carbonio di cui è costituita la particella che viene bruciata ha un peso atomico pari a 12, mentre l’anidride carbonica in cui quel carbonio si è trasformato per combustione, cioè per ossidazione, ha un peso molecolare di 44. Il che comporta una conseguenza ovvia: la sostanza gassosa emessa (inquinante) è 3,66 volte superiore a quella che sarebbe stata senza filtro. Certo, nessuno me ne rende edotto e, come recita il proverbio, occhio non vede, cuore non duole.

Che dire, poi, dell’ossido di cerio (CeO2) o del ferrocene [Fe(C5H5)2 ] usati dai diversi filtri per funzionare? Null’altro che si tratta d’inquinanti che non entrerebbero nell’ambiente se i filtri non esistessero, per il semplice fatto che non sarebbero usati. Perciò, un inquinante in più di cui, magari, non sentivamo il bisogno.

E, dulcis in fundo, a fine vita dell’ingombrante, costosissimo dispositivo (presumibilmente una vita non molto più lunga di 100.000 km), nessuno saprà dove metterlo perché quello non è stato studiato in modo da renderlo riusabile o, comunque, riciclabile.

Un’ultima chicca: quando la spia che segnala l’intasamento si accende, chi viaggia prevalentemente in città come spesso avviene soprattutto nelle metropoli ha due opzioni: una è andare in officina ad effettuare la “rigenerazione” (soldi, tempo e inquinanti che da qualche parte devono pure andare) e l’altra è di fare una bella corsa a tutta velocità in autostrada schizzando anidride carbonica e micro- e nanopolveri più gli additivi nell’ambiente.

Grazie, Lombardia: l’importante era dare l’esempio.

venerdì 12 marzo 2010

DIFENDIAMO L'ULTIMA OASI DI LIBERTA'




Tratto dal blog: http://lavoce2009.ilcannocchiale.it/

Ci stiamo giocando ciò che di piu' preziosi ci è rimasto, la rete, una specie democratica in via di sviluppo in mezzo a tante specie democratiche in via di estinzione.
Non so se ne siamo consapevoli, ma questo possibile provvedimento, se trasformato in qualcosa di piu' concreto, rischia di diventare una ennesima legge ad personam.
E' sempre bene ricordare e ricordarci(visto che la vita reale può portarci fuori strada), che le leggi dovrebbero migliorare le condizioni di tutti, anche se da anni servono a soddisfare le necessità di pochi. Forse questa è l'unica regole che non hanno mai infranto: non si fa nulla se non porta un vantaggio, ma il peggio deve ancora arrivare, siamo entrati in un circolo vizioso dove chi si abitua al potere diventa insaziabile, così l'ideazione di questo provvedimento punta a portarne tanti di vantaggi. Insomma, gli attacchi contro la rete potrebbero farci scendere un altro gradino in una scala in cui ci sembrava di aver già toccato il fondo. Tutto è stato studiato per prendere due piccioni con una fava, da una parte ci si guadagna dal punto di vista politico, uccidendo le ultime forme di democrazia, dall'altra ci si guadagna sotto il punto di vista aziendale, poiché Mediaset si sta già leccando i baffi.

E non sarebbe neppure la prima volta, di tentativi di censura piu' o meno subdoli ne abbiamo già visti tanti, Dal decreto contro il Wi-Fi del 2005 all'articolo ammazza-blog del disegno di legge sulle intercettazioni. Prima dovevano nasconderceli ora grazie al gesto di un pazzo possono benissimo sbandierarli e sfruttarli, perchè no, per guadagnare un pò di consenso. Facendoci credere che siano necessari per proteggere la nazione dai Tartaglia di turno.
In realtà i propositi di Maroni di combattere gli usi impropri della rete hanno una funzione ben diversa, in fondo non sarà di certo un Duomo in miniatura a poter turbare la tranquillità del premier, non ci dimentichiamo che stiamo parlando dell'uomo che considera una bomba un "gesto affettuoso"(intercettazione tra Berlusconi e Dell'Utri sulla bomba posizionata nella villa di B. da Mangano, ndr).
Gli obbiettivi sono altri, e neanche troppo nascosti: Se ci fosse una rete debole, riviste e tv di Mr.B, che hanno bisogno di pubblicità come noi dell'ossigeno, potrebbero riavere gli spazi pubblicitari che erano transitatati sul web(e "pubblicità" in berlusconiano significa soldi a palate), oltre che riavere le fetta di pubblico che predilige sempre piu' il consumo On-line ai programmi televisivi e le riviste di gossip.
Anche se la motivazione piu' importante è certamente quella che riguarda i vantaggi politico-sociali, la rete fa paura da sempre ai poteri forti, perchè permette agli individui di usare i neuroni, di interagire, di capire e soprattutto di scegliere,contrariamente alla tv. Internet da la possibilità di scambiarsi informazioni e costituisce un sistema pluridirezionele, dove ognuno può intervenire e modificare un prodotto. Non c'è nulla che potesse fargli piu' paura. E' l'esatto opposto di quello che avevano pianificato già dai tempi della P2, il sogno di un sistema unidirezionale in cui gli utenti sono soggetti passivi e subiscono tutto ciò che il proprietario dei mass-media, nonchè presidente del consiglio, gli propina.
Non possono permettere che il progetto di Rinascita Democratica riuscito al governo Berlusconi meglio di quanto potesse immaginare lo stesso Licio Gelli, venga spazzato via da quattro universitari che smanettano dietro una tastiera.
Temo, però, che il problema sia anche di carattere puramente anagrafico, il problema non è il web, unico strumento di libertà sopravvissuto, ma l'ignoranza e la vecchia della politica italiana, che critica senza conoscere. Per Schifani "Facebook è piu' pericoloso dei gruppi degli anni '70", secondo Franceschini "è importante distinguere il popolo vero da quello virtuale", forse pensa che i profili FB appartengano ad anime disincarnate, mentre per Berasani internet è semplicemente "un ambaradan" e spiega di non aver aderito al No-B day "per non imbucarsi in cose della rete", il piu' moderato, Emilio Fede, sostiene invece che facebook sia luogo "di violenza e di paranoia". Qualche volontario dovrebbe offrirsi di spiegargli che su facebook ci sono persone in carne ed ossa, anche i loro elettori e i loro fan, per essere precisi i navigatori italiani sono la metà della popolazione, ma ciò che è piu' importante che sappiano è che la rete è lo specchio della realtà, luogo di confronto tra persone completamente diverse e che categorizzarla come nera o bianca, buona o cattiva è impossibile, perchè sarebbe come categorizzare come buona o cattiva l'intera popolazione mondiale, fare di tutta l'erba un fascio è inutile e superficiale oltre che da ignoranti.
Solo in Cina, Birmani e Iran esistono provvedimenti speciali di censura o controllo di internet, difendiamo la rete per difendere una libertà agonizzante, perchè è grazie alla rete se Sonia Alfano è al parlamento europeo e se Obama ha preso il posto di Bush, è grazie alla rete se è nato e si è organizzato il popolo delle Agende rosse, è sulla rete che Beppe Grillo porta avanti le sue battaglie.
I mondo va avanti e guarda al web, se ne faranno una ragione anche i sarcofagi di Andreotti e Schifani.

Cecilia Sala

venerdì 5 marzo 2010

MI STUPISCO CHE CI SI STUPISCA


Lettera del Blogger al quotidiano La Provincia di Lecco.

Gentilissimo Sig. Direttore,

confesso che non avevo intenzione di fare commenti sulla penosa situazione che i nostri politicanti hanno messo in scena in questi ultimi giorni e, cioè, dello "scandalo" firme per le prossime elezioni regionali.

E non avevo intenzione per due motivi: primo, non credendo più, dopo decenni, alla democrazia rappresentativa, non avevo e non ho più nessuna intenzione di partecipare alle elezioni; secondo, perchè si stava discutendo, al solito, sul nulla.

Gli ultimi interventi delle "anime candide", anche sul Suo giornale, mi hanno convinto a scrivere due righe.

Continuo a stupirmi che ci sia gente che continua a stupirsi della storia delle firme false e dei moduli irregolari.

Chiunque, come il sottoscritto, abbia fatto un minimo di politica e abbia partecipato alla raccolta firme sà benissimo che queste cose non sono un caso, ma sono la norma.

Tutti, ripeto, tutti i partiti e le liste in gara, perchè di questo si tratta, una vera e proprio gara alle poltrone, hanno sempre raccolto e continueranno a raccogliere le firme in modo irregolare.
Quanti autenticatori ci sono ai vari banchetti? Quanto autenticatori ci sono quando si passa casa per casa a raccogliere le firme? Quanti autenticatori ci sono nelle sedi sindacali, di categoria, nei bar quando si raccolgono le firme? Quanti autenticatori ci sono ai banchetti quando si raccolgono le cosiddette pre-firme e che poi si utilizzano a posteriori falsificaindo firme e dati?

Io ho fatto qualche campagna elettorale e sfido i partiti, tutti i partiti a dire che quello che affermo non è vero!

Perciò basta stupirsi, basta invocare le regole, basta indignarsi! Le cose sono sempre state così e sempre saranno così ed il motivo è semplicissimo, i partiti con la storia della raccolta delle firme hanno un unico scopo: non permettere ai semplici cittadini, alle persone che non militano nei partiti, a coloro che veramente vorrebbero impegnarsi per il bene comune, ebbene vogliono impedire che qualcuno venga a rompere le uova nei loro panieri dispensatori di poltrone.

Come disse magistralmente Ennio Flaiano, la situazione, in Italia, è al solito grave ma non è seria.

Grazie e cordiali saluti

giovedì 4 marzo 2010

UN ARTICOLO DI STEFANO MONTANARI


(ANSA) - ROMA, 28 FEB - Un bambino su 5-600 nel mondo occidentale va incontro a una patologia neoplastica: è la seconda causa di morte nell'infanzia dopo gli incidenti, la prima per patologia nei bambini, ed alcuni studi hanno dimostrato il legame con l'esposizione agli agenti inquinanti, anche dei genitori, mentre in Italia i dati sono ''ancora più preoccupanti''. Lo afferma, in un'intervista sul quotidiano ecologista Terra, Ernesto Burgio , coordinatore del Comitato scientifico di Isde Italia, l'associazione dei medici per l'ambiente. "Ancor più significativo - spiega Burgio - è il dato sull'incremento dei linfomi: se in Europa è dello 0,9%, in Italia è addirittura del 4,6% annuo. Alcuni ricercatori dell'Environmental Health Institute

hanno calcolato che nei primi 2 anni di età abbiamo un incremento 8 volte superiore a quello atteso''. E quest'aumento, sottolinea l'esperto, ''non può che riflettere l'esposizione genitoriale a numerosissimi fattori ambientali cancerogeni o pro-cancerogeni". L'esposizione, ad esempio, a metalli pesanti e al particolato ultrafine, prodotti dal traffico veicolare, dagli inceneritori e da altri grandi impianti, dice ancora l'esperto, ''crea le premesse alle mutazioni che daranno origine ai tumori''. E' dunque quest'inquinamento di base, conclude Burgio, che ''va combattuto attraverso la prevenzione primaria".(ANSA).


Ho voluto riportare per intero il lancio dell’ANSA sottolineando (l'ho fatto io) la frase sui genitori.

Chi ha letto i miei libri, chi viene alle mie conferenze sa che io sostengo questi fatti, peraltro palesi, da anni, e le poche righe di cui sopra non sono che l’ennesima riprova, di cui, peraltro, non c’era bisogno, di una cialtroneria che sconfina ampiamente nella delinquenza impunita. Ma io sostengo pure che i cancri non sono che la punta dell'iceberg e che sotto c'è molto, molto di più. Spero che qualcuno se lo ricordi.

Nascondere l’evidenza può essere ingenuo, ma nasconderla per i motivi abbietti di far intascare quattrini a qualcuno che, nel caso particolare e come aggravante, di quattrini non ha alcun bisogno, è delitto degno di essere sanzionato con l’allontanamento dal consorzio umano.

E, invece, sono proprio quei personaggi, quelli che si prestano a delinquere così, a riscuotere i più grandi dei successi, ad avere seguito e, per soprammercato, ad essere sepolti di denaro magari, ironicamente, ricavato da quegli orrori che sono le “maratone della solidarietà”. Nomi? A che serve? Quei nomi li conosciamo tutti.

Approfittando delle debolezze della psiche, quelli ci danno ad intendere che va tutto bene, che basta evitare qualche alimento e la salute è garantita, che chi sostiene che l’inquinamento sta provocando disastri è nient’altro che un terrorista, come se il terrorista fosse non chi mette le bombe ma chi tenta di disinnescarle, che “si sono scritti libri e libri…”

E, a sostegno di questo copione, ecco spuntare indagini epidemiologiche che definire grottesche e fermarsi lì sarebbe un atto di pietà; ecco pingui stanziamenti di quattrini pubblici dedicati ad ingrassare chi, prostituendosi, quelle indagini confeziona; ecco i tanti, troppi, enti mantenuti da chi paga le tasse che dovrebbero occuparsi di ambiente che i fatti un po’ li taroccano, un po’ li nascondono e un po’ li ignorano; ecco i “politici” analfabeti che “tranquillizzano” il popol bruto e passano alla cassa; ecco gl’imprenditori da avanspettacolo e i faccendieri da fiera che diventano eroi nazionali “liberandoci dai rifiuti”; ecco i giornalisti pennivendoli che tengono famiglia e sanno perfettamente come autocensurarsi facendo passare notizie solo di ciò che è funzionale agl’interessi dei tanti vossia senza preoccuparsi se quasi sempre si tratta di bufale ; ecco i topolini ansiosi di rincorrere i pifferai magici che si prodigano perché le ricerche scientifiche su questi argomenti siano imbavagliate…

E noi? Noi pesciolini costretti a vivere in una vasca da cui non si scappa, una vasca in cui sguazzano però, nella loro spocchiosa sventatezza suicida, anche i pesci di cui sopra, non possiamo continuare ad inghiottire tutto quel veleno e, per soprammercato, ad essere chiamati a saldare beffardamente il conto. Dobbiamo riappropriarci del nostro mondo, se è il caso cominciando a prendere a picconate certi monumenti spuri, anche se questo significherà gettare la coperta di Linus. Poi dobbiamo cominciare ad acquisire o a rispolverare le conoscenze scientifiche che vengono calpestate ogni giorno anche (e, soprattutto) in quelli che dovrebbero essere i templi della scienza: le università. Insomma, è ora di svegliarci!